Sammichele di Bari

Sammichele di Bari

I più antichi insediamenti umani in quello che è l’attuale territorio di Sammichele, risalgono al Neolitico e sono stati scoperti in località Canale di Frassineto, ai piedi di Monte Sannace. Altri reperti risalenti all’età del bronzo sono stati ritrovati in località Pentimome, qualche kilometro a nord di Frassineto seguendo il letto asciutto di un antico solco torrentizio (Lama di Jumo – Lama San Giorgio). La zona ha dimostrato di essere ricchissima di reperti anche di epoche successive. La rilevanza di tale sito e la continua frequentazione nel corso dei secoli è dovuta alla sua posizione strategica alla confluenza di due strade canale molto importanti: quella, già citata, che dai piedi di Monte Sannace sfocia poco a sud di Bari e l’altra che da Gravina di Puglia, attraverso il Canale di Pirro (o di Pilo), porta ad Egnazia.

Quasi parallela alla lama di Jumo fu realizzata, in epoca peuceta, una strada che partendo da Paduano, porto di Azetium (Rutigliano) sull’Adriatico, passando dalla stessa Azetium, portava alla città peuceta di Monte Sannace proseguendo poi per Taranto e quindi Metaponto (vetus via Tarenti).

La zona delle Quattro Miglia, così era anche conosciuto il territorio, trovandosi in posizione baricentrica tra i quattro comuni limitrofi, non resta, però, mai del tutto disabitata. Nell’androne del palazzo che da tempo immemorabile sorveglia queste contrade, è ancora leggibile un’iscrizione su pietra calcarea, datata 1504, che attesta la proprietà da parte di Heronimo Centurione, banchiere genovese trapiantato a Bari che, probabilmente, l’ha acquisito dagli Acquaviva d’Aragona, signori di Conversano, per debiti non pagati.

La torre-castello era stata edificata nella prima metà del ‘400, quando tutto il territorio apparteneva a Giannantonio Orsini del Balzo Principe di Taranto, come postazione di controllo e difesa del territorio, nell’ambito delle lotte di successione al trono di Napoli tra angioini e aragonesi. L’intera contea di Conversano era stata poi data in dote a Caterina Orsini del Balzo sposatasi con Giulio Antonio Acquaviva d’Aragona.

Alla morte del Centurione, il feudo torna agli Acquaviva ma, alla fine del ‘500, questa famiglia risulta essere, ancora una volta, fortemente indebitata, specialmente con i Latilla di Casamassima, ed il feudo viene confiscato.

Del territorio delle Quattro Miglia, non si hanno più notizie sino al 1608 quando un mercante ebreo-portoghese, Michele Vaaz che si è convertito al cattolicesimo, lo acquista dal fisco assieme al feudo di Casamassima. Il Vaaz pur se non di nobili origini, per meriti acquisiti agli occhi del viceré di Napoli, ottiene il titolo di conte e, all’apice delle sue fortune, decide di costruire un paese che tramandi ai posteri il suo nome: Casa Vaaz. Il sito prescelto è proprio quello dove sorge l’antica torre e, per popolarlo, fa arrivare dalle coste della Dalmazia una comunità di slavi, composta da circa 460 anime, che sta scappando dall’invasione turca. Sbarcati a Barletta, mentre il grosso si muove verso le nostre terre, una delegazione capeggiata dal sacerdote di rito ortodosso Damiano de Damianiis viene condotta a Napoli, dove è stilato l’atto di fondazione di Casa Vaaz: è il 6 luglio del 1615.

Il Conte si impegna a costruire a proprie spese, intorno alla Centuriona, 87 case complete di tutto. Assegna ad ogni famiglia dieci tomoli di terra da coltivare e venti tomoli di grano; presta, poi, a tutta la comunità 250 ducati per l’acquisto di buoi con tutti i ferramenti e gli utensili necessari.

In cambio i serbi sono tenuti al pagamento perpetuo di 2 carlini all’anno, per ogni vano di abitazione, e la decima del raccolto e degli animali ma, soprattutto, devono convertirsi al rito cattolico.

I serbi accettano tutte le condizioni, ma continuano, di nascosto, a battezzare i loro figli con il rito ortodosso dopo che sono già stati battezzati con il rito cattolico. L’Arciprete di Casamassima, sotto la cui giurisdizione si trova la nuova parrocchia, venuto a conoscenza del fatto, mette al corrente il Vescovo Ascanio Gesualdo il quale, attraverso la Santa Sede, ottiene dal viceré di Napoli la cacciata dei Serbi.

Partiti gli stranieri, il villaggio si ripopola di famiglie arrivate dai paesi limitrofi. La nuova comunità nomina come sindaco Leonardo Netti e stipula un nuovo contratto con il conte: è il 1619. Già da tempo, comunque, il paese ha cambiato nome. Da atti notarili del 1617 risulta già chiamarsi Casale Sancti Michaelis. Il cambio del nome è conseguenza del fatto che le fortune del Vaaz stanno per tramontare. Alla corte di Napoli i suoi nemici stanno aumentando sempre di più e l’accusa di non essersi mai realmente convertito al cattolicesimo è sempre più pressante. Al paese è dato quindi il nome dell’Arcangelo ma Michele è anche il nome del Conte.

Con il secondo atto, il Vaaz, si impegna a costruire altre 13 case per raggiungere il numero complessivo di 100; inoltre, chiunque vuole edificare a spese proprie, in detto Casale, deve corrispondere 5 carlini all’anno, in perpetuo, per il costo del suolo.

Morto Michele Vaaz, gli succede il nipote Simone. Le fortune della famiglia sono, però, in declino; coperti di debiti, perdono il feudo a favore di Antonio de Ponte, Consigliere della Regia Camera della Sommaria. Il periodo della dinastia de Ponte dura dal 1667 al 1794. Giacomo de Ponte muore nel 1779 senza figli e, quindi, il feudo di Casamassima e Casal S. Michele passa alla sorella Maria Giuseppa, che ha sposato Nicola Caracciolo dei duchi di Vietri. Alla morte di quest’ultimo, feudatario diventa il figlio Domenico che assume, quindi, il titolo di duca di Vietri, Casamassima e S. Michele.

Nei primi anni dell’800, con l’eversione della feudalità, i Caracciolo perdono la maggior parte dei loro territori, restando, però, proprietari di quella che era stata la torre Centuriona. Un grosso impulso allo sviluppo del paese, lo si deve alla costruzione della nuova strada consolare Bari–Taranto e la popolazione raggiunge il numero di 3.000 abitanti. L’espansione edilizia porta ad uscire dalle mura del vecchio borgo, con una rapida crescita lungo le direttrici Casamassima–Gioia e Turi–Acquaviva. Nel XIX secolo si ha, grazie all’opera illuminata di alcuni amministratori dell’epoca quali i Sindaci Giuseppe Maselli, Michele Lagravinese e Giuseppe Pastore, la realizzazione delle più importanti opere pubbliche. Intorno al 1840, inizia l’abitudine, da parte degli impiegati comunali, di scrivere sugli atti ufficiali, prima Sanmichele e poi Sammichele. Con l’unità d’Italia il Comune assume definitivamente il nome di Sammichele di Bari.

Castello Caracciolo

Già esistente nel ‘400. Nato come avamposto di controllo e difesa in una zona di grande traffico, ha subito trasformazioni d’uso nel corso dei secoli. Degli apprestamenti difensivi oggi restano solo poche tracce sul lato sud rimasto praticamente intatto. Di pianta quadrangolare, ha quattro bastioni d’angolo, nove ambienti a piano terra ed altrettanti al primo piano. Il secondo piano è stato ricavato in epoca successiva da un sottotetto. Tutte gli ambienti sono con volta a crociera, salvo quello centrale a piano terra che, in origine, era una corte. In tale corte, ove era presente anche la vera di un pozzo, era situata la scala, probabilmente in legno, che conduceva a primo piano. Nel sovrastante ambiente a tutt’altezza, a primo piano, è ancora visibile l’architrave in legno della grande porta di accesso con una finestrella superiore protetta da inferriata. A piano interrato è presente un sotterraneo ricavato allargando una precedente cisterna. Dal sotterraneo, al di la di un paramento murario, si diparte un camminamento che termina in un vasto ambiente interrato nei pressi del muro di cinta del giardino. Appartenuto alla famiglia Centurione, nel XVI sec., poi ai Vaaz nel XVII, e quindi ai De Ponte che lo sottopongono al primo restauro, di cui si ha notizia, nel 1675 perché quasi cadente. Dopo questo intervento, che trasforma l’edificio in casa agricola, il primo piano resta completamento separato dal piano terra e per l’acceso al piano “nobile” viene realizzata una scala esterna. Passato, alla fine del XVIII secolo, alla famiglia Caracciolo di Vietri, viene sottoposto intorno al 1860 ad ulteriori lavori su progetto dell’arch. Ascanio Amenduni di Casamassima, che ne stravolgono l’aspetto e lo trasformano in palazzo per villeggiare. A questo intervento, sono da attribuire la costruzione delle torri merlate, il rifacimento della facciata di prospetto, in quella che vediamo oggi, con i tre portoni di accesso, le finestre bifore a primo piano, il bugnato di rivestimento e lo scalone interno centrale. Nel secondo dopoguerra alcuni ambienti sono presi in fitto dall’Amministrazione Comunale, per essere adibiti prima a Municipio è poi a scuola. Nel 1971 è acquistato dal Comune di Sammichele per essere destinato a Museo della Civiltà Contadina.

Chiesa della Maddalena

Costruita tra il 1620 e il 1632, sul sito di una precedente cappella posta sotto lo stesso titolo.

L’impianto della chiesa è a tre navate di pari lunghezza, ma la larghezza della navata centrale e circa doppia rispetto a quella delle due navate laterali. Non c’è il transetto e la navata centrale culmina in un abside a pianta rettangolare. Guardando l’abside, sul lato destro si scorge la porta della sagrestia ed in fondo alla sagrestia c’è la porticina da cui si sale al campanile. Al di sopra della sagrestia è ricavata una stanza di pari dimensioni, ad uso deposito.

A quest’ambiente si accede da una porticina che si trova dopo un paio di rampe nella torre campanaria.

Il campanile è successivo alla costruzione della chiesa essendo stato realizzato solo nel 1766 durante l’arcipretura di Don Vito Matteo Marinelli, come si legge sulle due iscrizioni presenti in cima al campanile rispettivamente sui lati est e sud.

Il campanile, dalla cornice aggettante in su, ad esclusione della cupola a cipolla, ha tutti gli elementi tipici dell’architettura barocca: oculi, capitelli, ciondoli, angoli smussati e concavi.

Simmetricamente alla porta della sacrestia, alla fine della navata sinistra, si apre una porta che permette l’accesso in chiesa direttamente dall’atrio del castello.

Sui due lati nord e sud, al di sopra delle navate laterali, si aprono sei finestre, tre per lato. Sul lato sud le finestre, dalla parte esterna, sono coperte con degli archi per attenuare la luce. Per oltre due secoli, la chiesa è stata un cimitero ed era quindi essenziale cercare di mantenere l’ambiente quanto più fresco possibile.

La facciata della chiesa è definita a vento perché la parte superiore, dall’altezza del marcapiano, si protende isolata al di sopra della copertura. La trabeazione della facciata è a scivolo sui fianchi ed inarcata al centro. Al centro del timpano è presente un’apertura quadrilobata.

La facciata, di uno stile barocco dalle linee molto semplici, è successiva alla costruzione della chiesa, perché va a ricoprire il paramento murario dell’androne del castello, che sappiamo essere stato realizzato nel 1675. Probabilmente è stata rifatta in occasione della costruzione del campanile ed è molto simile a quella della chiesa di Sant’Oronzo alla Grotta, a Turi, costruita a metà ‘700.

Alla chiesa si accede mediante tre portali; quello centrale risulta essere più grande e sormontato da una cornice aggettante.

La struttura è innalzata rispetto al piano stradale di alcuni gradini. Questa sopraelevazione è necessaria un po’ per compensare un leggero dislivello esistente tra la parte centrale dell’atrio del castello e la strada, ed un po’, a causa dei sepolcri presenti al di sotto.

L’interno della chiesa è diviso in tre navate mediante possenti colonne a sezione quadrata. La navata centrale ha la volta a botte in cui sono presenti le unghiate delle finestre ovoidali. Le navate laterali sono divise in tre campate con volte a vela.

L’altare maggiore, dedicato alla Madonna del Carmine, da sempre protettrice di Sammichele, è posto nell’abside a sua volta chiuso da una balaustra semicircolare interamente in pietra con ricche lavorazioni. Alle spalle dell’altare vi è un ampio postergale in legno, abilmente decorato, che copre tutta la parete di fondo. Al centro vi è una tela raffigurante la “Madonna con Bambino ed Anime Purganti”, mentre ai lati ci sono due dipinti raffiguranti, a sinistra San Vincenzo Ferreri e a destra San Girolamo. Sulla parete sinistra si ammira una grande pittura murale in cui è rappresentata la nascita di Gesù, in alto medaglioni con le immagini di S. Francesco d’Assisi e S. Francesco da Paola. Sulla parete destra del presbiterio vi è un’altra grande pittura murale raffigurante probabilmente la nascita di Maria tenuta in braccio dalla levatrice. Nel letto è raffigurata Sant’Anna, madre di Maria, assistita dal marito San Gioacchino. In alto ovali raffiguranti S. Filippo Neri e S. Ignazio. Sulla volta è raffigurata la gloria della Vergine. Tutte queste opere del Settecento, sono di autore ignoto. È comunque evidente l’intenzione del committente, recepita dagli esecutori dei dipinti, di emulare, sia nell’organizzazione degli spazi sia nelle scelte iconografiche i pregevoli modelli napoletani e sperimentati in tante chiese della nostra regione, vicine e lontane, durante il Seicento ed il Settecento. Tali pitture sono tornate alla luce nel 1982, durante alcuni lavori di restauro della chiesa, dopo essere state coperte dalla calce per circa 150 anni.

Al centro di ognuna delle navate laterali c’è un altro altare in pietra riccamente elaborato. L’altare di destra, in origine denominato del SS. Sacramento o del Purgatorio, porta nel paliotto inciso il nome Aresta. Tal Francesco Antonio d’Aresta risulta essere stato priore della Cappella del Carmine nel 1729, ed è probabile che sia stato lui a “sponsorizzare” la costruzione dell’altare. Sull’altare di sinistra trova posto una splendida statua lignea di San Michele Arcangelo di probabile scuola napoletana del XVII secolo. Tutte di queste opere sono di autori ancora ignoti.

Sempre nella navata di sinistra, adiacente alla porta di accesso dall’atrio del castello, è presente un altro altare, dedicato all’Addolorata, in pietra dipinta e di uno stile barocco sicuramente più elaborato dei precedenti. Una particolarità di questo altare è che sono presenti tre pezzi di un antico presepe: la Madonna e San Giuseppe posti ai due lati dell’Addolorata, mentre un putto, che con le mani sostiene un cartiglio, è posto in alto poggiato sulla nicchia. Anche se per ora non esiste alcuna conferma in merito, la tecnica scultorea delle tre statue appare molto vicina a quella di Paolo da Cassano, un artista molto attivo nella prima metà del ‘500. Potrebbero essere gli unici elementi rimasti dell’antica chiesa della Maddalena. Tale altare è stato recentemente restaurato come sono state restaurate le pitture murali dell’abside.

Al di sotto della chiesa si trovano tre sepolcri, in uso sino al 1844 e denominati: del fonte battesimale, del SS. Sacramento e della Madonna del Carmine. Ad un quarto sepolcro, situato sempre sotto il pavimento della chiesa, si accede dall’atrio dell’adiacente castello.

Chiesa Maria SS. del Carmelo

Costruita in stile neo-classico, tra il 1844 e il 1870 dal mastro muratore Pietrantonio Schettini, nato a Noci ma residente a Sammichele, su progetto dell’architetto Angelo Pesce di Casamassima.

La facciata è costituita da un paramento di conci di pietra calcarea, è divisa orizzontalmente in due ordini da una trabeazione. L’ordine inferiore è diviso da sei lesene ornate da capitelli ionici, in tre scomparti rispondenti alle tre navate interne. Lo scomparto centrale è alquanto prominente rispetto ai laterali. Il portale, tra due pilastrini con capitelli, è sormontato da un timpano curvilineo contenente, nella lunetta, un affresco della Madonna del Carmine, eseguito dal pittore napoletano Vincenzo Crispo nel 1954.

Tra le lesene sono incavate due nicchie vuote. I portali degli scomparti laterali sono sormontati da cornice ed in asse si aprono, più in alto, due finestre emisferiche.

Su entrambi i lati posteriori, incorporati per metà nella fabbrica della chiesa, si ergono due campanili: quello di destra, che doveva contenere il pubblico orologio, è rimasto interrotto poco sopra la cornice terminale della chiesa; l’altro, di sinistra, è stato completato nel 1888 da un mastro muratore della famiglia Rossi. Questo campanile si eleva isolato dall’altezza della chiesa, la guglia è a piramide ottagonale con alla sommità una croce.

L’interno, a croce romana, ha tre navate ed un transetto. Le navate sono divise da colonne binate con capitelli ionici. Le colonne sorreggono la larga trabeazione in legno di quercia.

Le volte sia della navata centrale che di quelle laterali sono a botte, con lunette, in cui sono aperte finestre emisferiche. Le volte sono abbellite da riquadri e pannelli con decorazioni di stucco dorato. Le pareti delle navate laterali sono scandite da lesene e ornate da capitelli ionici.

All’incrocio della navata col transetto è impostata, su quattro enormi piloni, la volta a vela, decorata da lacunari romboidali con rosette dorate.

Gli altari hanno identico dossale: due lesene con scanalature, sui cui capitelli poggia un timpano triangolare; tra le due lesene è incavata la nicchia. I gradini degli altari hanno tutti sui due lati volute reggimensole. Nel braccio di sinistra del transetto, l’altare è sormontato dalla statua in legno dipinto di S. Rocco; nel braccio di destra vi è l’ex altare maggiore, qui collocato dopo il rinnovamento del presbiterio, sormontato da una statua della Madonna del Carmine. Nel cappellone di sinistra, di fronte alla navata, è l’altare in marmo policromo con statua di S. Michele Arcangelo; nel cappellone di destra, è l’altare con la statua del SS. Sacramento. Tutte queste opere, realizzate nella seconda metà dell’800, sono di scuola leccese, a parte la statua di San Michele Arcangelo che è di un artista anonimo di Monte S. Angelo. L’abside è decorato con un grande affresco del pittore Umberto Colonna, raffigurante la Madonna del Carmine con ai lati S. Michele e S. Simone Stock; in alto sono rappresentati i quattro evangelisti. Sempre di Umberto Colonna è la Via Crucis posizionata nelle navate laterali.

Nella navata destra è un altare in pietra dedicato alla Madonna di Pompei, scolpito nel 1909 dal mastro scalpellino Angeloronzo Rossi. Nei pressi dell’ingresso destro è la fonte battesimale in marmo policromo.

Alla fine degli anni ottanta del secolo XX, la chiesa è stata arricchita con un nuovo organo a canne posto, sul portone principale, dove sino agli anni sessanta si trovava il vecchio organo. L’organo è sormontato da una enorme tela, rappresentante l’Ultima Cena, della pittrice sammichelina Margherita Deramo. Sempre della Deramo, nel cappellone di destra è un altra tela rappresentante l’Eucarestia; una terza, posta nel cappellone di sinistra, raffigura l’Apocalisse ed è del pittore Mario Colonna, figlio di Umberto.

Cimitero di S. Francesco

(Strada Prov. per Acquaviva)

La legge borbonica che vietava la sepoltura nelle chiese era del 1817, ma bisognerà aspettare altri vent’anni, ed in particolare la tragica evenienza del cholera morbus del 1837, per convincere la municipalità sulla necessità di costruire un nuovo cimitero. La progettazione è affidata all’architetto Giovanni Memola di Acquaviva, mentre l’esecuzione è fatta in economia dall’Amministrazione. I lavori iniziano nel 1840 e terminano otto anni dopo; partecipano alla realizzazione i migliori capimastro e scalpellini: gli Schettini, i Rossi, i Camposeo e i Pasciolla. Nonostante la legge, che imponeva già la realizzazione di cimiteri per sola inumazione, si riesce a derogare scegliendo, ancora, la tecnica della tumulazione. La chiesa, sotto il titolo di S. Francesco da Paola è con volta a vela e con un solo altare in pietra calcarea finemente lavorato; ai lati sono posti la sagrestia e l’obitorio. Alle spalle della chiesa ci sono le botole di 15 sepolcri con intorno tombe private, monumenti funebri e cenotafi. Due sepolcri sono stati utilizzati per l’epidemia di colera del 1865-66. Il cimitero è rimasto in uso sino al 1910, quando è stato costruito il nuovo camposanto, questa volta, finalmente, per inumazione.

Abbazia di S. Angelo in Frassineto

(Via del Canale)

Le prime notizie dell’Abbazia benedettina di S. Angelo risalgono al 1158 e si rilevano dal Codice Normanno di Aversa dove si racconta di una controversia tra Guidalmone, Superiore del Monastero di S. Angelo di Frassineto, e il catapano Biagio di Modugno; è accertato, infine, che nel secolo XVII l’Abbazia è ancora viva e vitale.

I resti dell’antica Abbazia sono ancora in piedi, a poca distanza dal paese, lungo la strada che dall’abitato porta a quella contrada che è conosciuta con il nome di Canale Frassineto. Sono ancora identificabili vari ambienti: una cappella, in cui sono visibili alcune tracce di affreschi, una sala con un grande camino che doveva servire come refettorio e dormitorio per i pochi monaci, un grande ambiente, lungo e stretto, utilizzato in parte come stalla ed in parte come ricovero per i viandanti. Isolato sorge un ultimo ambiente che doveva essere la stanza del priore. I corpi di fabbrica ed un muro di cinta racchiudono un atrio centrale.

Non deve, inoltre, trarre in inganno il fatto che i ruderi non presentano i requisiti classici di una struttura cenobiale, perché essi erano una prerogativa di insediamenti benedettini ben più importanti. L’Abbazia di S. Angelo in Frassineto, era solo una piccola grancia dell’Abbazia di San Lorenzo di Aversa, il più grande insediamento benedettino nel sud Italia.

 Torre dell’orologio

La torre con la macchina del tempo è costruita nel 1878 dal mastro muratore Nicola Morea, su progetto dell’architetto Vincenzo Ventrella di Putignano, sulla porta del vecchio borgo, demolendo un’abitazione privata. Guardando la facciata, sono visibili tre ordini divisi da trabeazione. In basso è la grande porta di accesso al borgo con arco a tutto sesto. L’ordine centrale, è sormontato da una cornice fortemente aggettante con quattro lesene; al centro è presente una finestra con in asse, in basso, una lapide ed in alto l’orologio. L’ordine superiore è costituito dal campanile a vela con bifora sormontata da arco a sesto ribassato e volute laterali.

Menhir

Sono misteriosi testimoni di antiche civiltà e sulle loro origini e funzioni si possono azzardare solo ipotesi. Alcuni storici fanno risalire l’origine dei menhir all’età neolitica, altri ad epoche più recenti. Il termine menhir deriva dalle parole di origine bretone men “pietra” e hir “lunga” e indica, infatti, un blocco di pietra, di forma allungata, infisso nel terreno e che può raggiungere un’altezza di svariati metri. In Europa i menhir sono diffusi, soprattutto, in Gran Bretagna, in Bretagna, in Sardegna ed in Puglia. Nella nostra regione sono conosciuti anche come “pietrefitte”. Sui menhir sono nate numerose leggende: la più conosciuta vuole che al di sotto di questi monoliti siano nascosti immensi tesori e per questo, ancora oggi, sono oggetto di atti vandalici. L’ipotesi più plausibile è che indicassero, almeno in Puglia, confini di proprietà o importanti percorsi viari.

A Sammichele sono presenti due menhir, il primo all’incrocio tra la provinciale Sammichele – Putignano con la vetus via Tarenti (Rutigliano – Monte Sannace – Taranto) ed ha un’altezza di circa due metri, il secondo è posto a qualche centinaio di metri, sempre lungo la vecchia strada per Taranto, in direzione Monte Sannace ed ha un’altezza di poco superiore ad un metro.

Il Museo della Civiltà Contadina

Sammichele di BariIl museo della civiltà contadina nasce nel 1968 per volontà e impulso ideale del professor Vito Donato Bianco e viene a lui intitolato dopo la prematura scomparsa nel 1990.
Il museo è ospitato nel Castello Caracciolo sin dai suoi esordi. Tuttavia, durante il lungo lavoro di restauro subito da questa storica struttura negli anni novanta, trova una sede provvisoria in Palazzo Pinto. Dal 22 maggio 2004, ritornato nella sua sede deputata, si offre alla fruizione del pubblico riallestito e con gli oggetti opportunamente restaurati.

Lungo i quattro livelli dell’esposizione, gli oggetti propongono e rievocano i valori e il fascino del mondo contadino, fondamento della nostra cultura e del nostro progresso. Sala per sala il visitatore compie un viaggio nel tempo alla ricerca delle comuni radici, quelle legate alla cultura della civiltà contadina, rivivendo i vari momenti della vita di uomini che ponevano il loro ingegno nell’affrontare le difficoltà di ogni giorno.

Divenivano di volta in volta agricoltori, come testimoniato attraverso i cicli produttivi del grano, dell’olio e del vino, o artigiani, come rappresentato dalle botteghe del fabbro, dello scalpellino, d’u mèste traìne, u uarnementare e di molti altri antichi mestieri. A scandire la vita di questi uomini era un forte sentimento religioso ben illustrato nella sala dedicata alla religiosità popolare.

Il museo mantiene il legame con il suo territorio attraverso i reperti che ne testimoniano l’evoluzione storica e realizza, in attività di laboratorio, la vocazione didattica che lo caratterizza sin dalla fondazione.

La Sagra della Zampina, del Bocconcino e del Buon Vino di Sammichele di Bari.

SammicheleNata nel 1967, per volontà dell’Amministrazione Comunale di Sammichele di Bari, con l’intento di rilanciare una decadente economia locale che non riusciva a trovare nuovi stimoli, la Sagra della Zampina, del Bocconcino e del Buon Vino si è ormai affermata come una delle sagre più famose e longeve di Puglia.

La “zampina” è un insaccato di carni fresche macinate che a Sammichele si prepara da sempre. Una volta si utilizzavano carni veramente povere: frattaglie (lingua, cuore, diaframma) e residui di dissodamento con l’aggiunta di pomodori freschi (estremamente importante è il ruolo antiossidante dell’acido ascorbico contenuto nei pomodori), prezzemolo, basilico, formaggio pecorino, sale e pepe. In seguito si è iniziato ad utilizzare carni di “qualità” (vitello, ecc.). La particolarità è che si usano le carni di stagione, quindi anche il sapore varia secondo il periodo dell’anno. Ogni macelleria ha una sua ricetta “segreta” per quanto riguarda le percentuali tra le varie carni e la speziatura (anice, ecc.).

Anche se in tanti si sono inventati vari possibili modi per preparare la zampina quello più adatto è, senza ombra di dubbio, la cottura alla brace. Anche la qualità della legna utilizzata influisce sul sapore.

Sull’etimologia del termine “zampina” sono stati dati, nel tempo, diversi significati. La più probabile ci sembra la seguente: zampina, così pure “sangìcce” (sanguinaccio) potrebbero derivare dal latino sanguineus, vale a dire color del sangue, color del corniolo. Come curiosità vogliamo ricordare che esiste un insaccato sardo chiamato sambingiu e che sia in Corsica che in Toscana con il termine “zampina” viene identificata un’uva selvatica violacea  e simile al lambrusco.

Altra possibilità è che la zampina sia stata portata dagli slavi che per primi hanno abitato il nostro territorio: nei dialetti di origine slava, con il termine zampina si identifica la carne di pecora.

Zampina è, poi, un termine arcaico che identifica il sostegno scalettato dello spiedo, ma potrebbe essere stato questi a prendere il nome dalla salsiccia.

Con decreto del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali dell’8 maggio 2001 pubblicato sulla G.U. n°136 del 14/06/2001, é stato approvato l’elenco nazionale dei prodotti agroalimentari, definiti tradizionali, dalle Regioni e dalle Province autonome di Trento e Bolzano. Per la regione Puglia in detto elenco é compresa al n° 24 la “Zampina”.

 

Il “bocconcino” è il fratello più piccolo della mozzarella ed è così denominato perché può essere mangiato, appunto, in un sol boccone.

Nel 1570, in un ricettario del cuoco della corte pontificia, appare per la prima volta il termine “mozzarella”. Già da un secolo prima, però, con il termine “mozza” si era soliti indicare l’atto di tagliare, mozzare in pezzi, la pasta filata.

Si ritiene che la mozzarella sia nata nel medioevo quando, a causa della lentezza dei mezzi di trasporto, il latte munto sui pascoli giungeva inacidito alle masserie, producendo una cagliata che si prestava molto bene ad essere filata.

La tecnica per produrre la pasta filata è rimasta, sostanzialmente, inalterata nel corso dei secoli.

 

Quando a Sammichele si parla di vino, si parla di “primitivo”. Alla fine del Settecento, don Francesco Filippo Indellicati, primicerio della chiesa matrice di Gioia, notò che nella sua vigna vi erano delle viti che giungevano a maturazione prima delle altre producendo un vino forte e di colore intenso. Pensò di impiantare tali vitigni su larga scala diffondendo, quindi, la monocoltura della vite “primativo”. Alla metà dell’Ottocento la crisi filosserica in Francia spinse molti produttori di quei luoghi a trovare nuove soluzioni per soddisfare le loro grosse richieste di mercato ed in Puglia trovarono, nel Primitivo, il vino adatto a “rafforzare” le scarse caratteristiche organolettiche dei vini prodotti più a nord.

Con decreto del 11-5-1987 è stata istituita la denominazione DOC “Gioia del Colle” riservata ai vini rosso, rosato e bianco. Il disciplinare di produzione, allegato al decreto, specifica che il vino “Gioia del Colle” Primitivo deve essere ottenuto dalle uve provenienti dai vigneti composti dal solo vitigno Primitivo ed appartenenti ai comuni di Acquaviva delle Fonti, Adelfia, Altamura, Casamassima, Cassano Murge, Castellana Grotte, Conversano, Gioia del Colle, Grumo Appula, Noci, Putignano, Rutigliano, Sammichele di Bari, Sannicandro di Bari, Santeramo in Colle, e Turi. Il “Primitivo Gioia del Colle” deve avere una gradazione minima non inferiore a 13 gradi.

La sagra si tiene l’ultimo sabato e l’ultima domenica di settembre.

IL CARNEVALE DI SAMMICHELE DI BARI

 Ogni anno, immancabilmente, il 17 gennaio – Sand’Anduéne cand(e) e suén(e) – inizia il Carnevale di Sammichele di Bari.

Le prime notizie documentate sul Carnevale di Sammichele, risalgono al XIX secolo e ci parlano di una ritualità non molto diversa da quella attuale. Da un rapporto di polizia, del 4 marzo 1830, all’Intendente di Terra di Bari, così si legge: “… giova intanto marcare, che generalmente le maschere in questo distretto, si riducono a cambiamento di sesso, e ad indossare degli abiti di vecchi, contadini e massari o altro costume. La classe di basso ceto è quella, che si suole più delle altre, mascherare, girando in tutte quelle case, in cui si da trattenimento, d’onde dopo di aver fatto un piccolo ballo, passa in altre, fino a che inoltrata la notte, si ritira nelle proprie case.”.

Inoltre l’art. 33 dello Statuto Patrio per la Polizia Urbana e Rurale del Comune di S. Michele dell’anno 1835, così recitava: “Sarà vietato in tempo di carnevale vestirsi a maschera prima di terminare le sacre funzioni che si fanno in Chiesa. Passate le ore ventiquattro le maschere dovranno andare a faccia scoverta seco loro portando una persona conosciuta che le garantisca, previo sempre il permesso del Sindaco. Controvenendo s’incorrerà nella multa di carlini 10, ed alla prigionia di uno a tre giorni.”.

Negli statuti dei comuni limitrofi non esisteva un articolo analogo; se in quell’epoca si è sentito il bisogno di regolamentare, in qualche modo, il nostro carnevale, evidentemente si trattava di una tradizione già ben consolidata, e non si crede di sbagliare molto dicendo che forse è nata assieme al paese stesso (1615).

È opportuno ricordare che nel 1616 don Pedro Téllez Giròn duca di Ossuna e Vicerè di Napoli “buttò bando l’ultimo di Carnevale, che ognuno s’avesse di vestire in maschera”. Quale miglior maniera  per festeggiare la nascita del nuovo villaggio?

All’inizio, le feste di Carnevale, i festini, sono organizzate nelle abitazioni dei ricchi possidenti, ma poi anche, utilitaristicamente, nelle abitazioni di genitori, che vogliono creare occasioni di matrimonio per le loro figlie.

Per realizzare un festino è sufficiente spostare i pochi mobili della stanza più grande e invitare parenti, amici e conoscenti. Nasce quindi tutto il rituale del carnevale sammichelino: gli uomini che non possono sedere vicino alle donne, un maestro di ballo, il caposala, (spesso lo stesso padrone di casa) che deve far rispettare le regole: è lui che decide quali e quanti cavalieri possono invitare le dame al ballo, è lui che ha il potere di allontanare dal festino chi non ha tenuto un comportamento consono.

Chi non ha la possibilità di organizzare feste nella propria abitazione trova l’espediente di formare delle compagnie mascherate e chiedere ospitalità per qualche ballo nei festini, ma dato che non si sa mai chi può nascondersi dietro una maschera, nascono altre due figure estremamente importanti, il conduttore, persona conosciuta in paese, che, a volto scoperto, accompagna le maschere e ne ha la responsabilità, e il portinaio, fido collaboratore del caposala.

Una volta che una compagnia mascherata è giunta alla porta di un festino, il conduttore bussa e chiede il permesso di entrare: “iè p(e)rmèss(e) a na ch(e)mpagnì(e) d(e) màsck(e)r(e)? – è permesso ad una compagnia di maschere?”. Il portinaio, se riconosce  nel conduttore una persona affidabile, apre e la compagnia entra tra gli applausi degli ospiti, quindi, il caposala invita le maschere ed il conduttore a ballare. Il conduttore può invitare una persona dell’altro sesso, le maschere, invece, possono invitare esclusivamente gli uomini. I balli sono poi interrotti da scambi di complimenti o sfottò, tra i componenti del festino ed il conduttore, inderogabilmente a colpi di rima baciata (altro indizio dell’origine barocca del nostro carnevale), che molto spesso raggiungono livelli altissimi sia poetici che di ilarità. La permanenza, più o meno lunga, delle maschere nel festino è ad assoluta discrezione del caposala che invita poi le maschere ad uscire con il fatidico: “ringraziamo maschere e conduttore”.

Nel XX secolo si è avuta una innovazione quando il grammofono prima e il giradischi poi hanno sostituito l’orchestrina. È nata quindi una nuova figura, quella del motorista, cioè la persona addetta alle scelte musicali. Per una buona riuscita di un festino, è necessario un grande affiatamento tra il caposala, il portinaio ed il motorista.

I balli sono, molto spesso, inframmezzati da scenette teatrali cariche di doppi sensi, che, se pur basandosi su soggetti fissi e tradizionali, risultano sempre nuove grazie all’improvvisazione degli interpreti, nella tipicità della “commedia dell’arte”, i quali, molto spesso, non sono altro che alcuni invitati inconsapevolmente coinvolti.

Si balla il giovedì, il sabato e la domenica ed il Carnevale si protrae sino al martedì precedente le Ceneri e termina con il rito “du müert(e)”. Un vero e proprio funerale con tanto di feretro del Carnevale, finto sacerdote, chierichetti, ed un seguito composto dalla vedova inconsolabile e dagli amici più intimi; questi ultimi invitano tutti a piangere disperatamente per la prematura fine e convincono i più renitenti a colpi di asciugamano arrotolato e qualche volta anche bagnato. Alla fine c’è però l’invito per tutti a ritrovarsi l’anno successivo: “chiù maggiòv(e) a l’uann(e) c(e) vèn(e)”. I festeggiamenti continuano comunque per un paio di settimane con le “pentolacce”, senza, però, la presenza delle maschere.

A Sammichele esiste una maschera tradizionale: l’hom(e)n(e) curt(e)”, di tipica estrazione contadina. Ad un adulto di statura regolare, viene posto sul capo un setaccio, u farnal(e), e quindi un sacco di juta che ricopre la persona sino ai fianchi; sempre ai fianchi viene legato trasversalmente un bastone, la mazz(e) d(e) la scop(e), che fungerà da braccia e su cui vengono infilate le maniche di una camicia ed una giacca, con dei guanti legati alle estremità del bastone che fungono da mani. L’effetto ottico finale è quello di un contadino di piccola statura e con la testa molto grossa.

L’abbigliamento viene poi completato con una coppola posta sulla testa, uno sgargiante fazzoletto legato al collo e fissati ad un passante dei pantaloni la grossa chiave e la rasòl(e), la spatola per liberare i grossi scarponi dal fango. La genialità di questa maschera è da cercarsi nel fatto che con pochi elementi, di uso comune nel mondo contadino (u farnal(e), u sacch(e) e la mazz(e) d(e) la scop(e)), si riesce a creare un personaggio insolito, divertente e che proprio con quella testa così grossa, associata ad un vecchio paio di scarponi, sembra avvalorare l’antico detto relativo al contadino: “scarpa grossa e cervello fino”. L’hom(e)n(e) curt(e), ancheggiando, balla al ritmo della pizzica.

Esiste anche la versione femminile: “la fèm(e)na cort(e)”, ma maschere possono essere considerate pure i tanti personaggi delle scenette teatrali, tra cui “u C(e)ccànduèn(e)” (Cecco Antonio) e “u chernùte chendènde” (il cornuto contento) dato che mettono in risalto ed alla berlina tutti i difetti e i modi di fare della nostra gente.

Si ringrazia per il testo l’ing. Giacomo Spinelli, presidente del Centro Studi di Storia e Cultura di Sammichele di Bari. Le fotografie sono gentilmente concesse dal fotografo Tonio Deramo.

 

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