Antonio del Giudice – Il ragazzo che rubava le parole

di Trifone Gargano

È il racconto dell’Italia bambina, quello che esce dalle pagine del romanzo di Antonio Del Giudice, Il ragazzo che rubava le parole; dell’Italia bambina del secondo dopo-guerra, la nostra Italia, che provava a ripartire, dopo il ventennio fascista, e dopo la tragedia della seconda guerra mondiale; l’Italia così profondamente diversa, rispetto a quella odierna, radicalmente mutata, pur nel giro di soli settant’anni. Un’Italia che stentiamo a riconoscere, e che ci appare, per davvero, un’Italia bambina (e non solo da un punto di vista cronologico).

Il tono del racconto, lo stile dell’intera narrazione di Del Giudice, è uno stile piano, senza scossoni o impennate retoriche, condotto in punta di piedi, con molta discrezione, quasi che l’autore, con voce sommessa (ma ferma), racconti gli anni della sua formazione, da bambino a giovane adulto, pronto ad affrontare il mondo e la vita, sentendosi specchio involontario di una narrazione collettiva, che riguardi cioè l’intera comunità (provinciale, regionale e nazionale), non soltanto la sua esistenza individuale. Un tono piano, quello del romanzo, che avvolge il lettore, e che lo conduce, direi tenendolo per mano, dalla prima all’ultima pagina, attraverso l’utilizzo di una sintassi regolare, e di un lessico quotidiano. In alcune pagine, lo sguardo trasognato (direi anche incredulo e ingenuo) dell’io narrante, il bambino Andrea, che, poi, diventerà ragazzo e giovane, si stupisce di dover inserire il nome di illustri personaggi della sua (e nostra) Puglia, della sua (e nostra) Italia, con i quali, in qualche modo, entra in contatto, diretto o indiretto che sia stato questo attraversamento di destini individuali e collettivi (Peppino Di Vittorio, Aldo Moro, Benedetto Croce, Nicola Pende, Araldo di Crollalanza, Peppino Di Vagno, i Laterza, e così via), in una girandola tra micro e macro storia, che è il punto di forza di questa narrazione. Molte altre recensioni, infatti, hanno, giustamente, messo in evidenza proprio questo aspetto del libro di Del Giudice, la sua valenza storico-politica di testimonianza, di recupero di una memoria pubblica collettiva, quasi un album di famiglia (della nostra famiglia meridionale e nazionale), attraverso i nomi, i volti e le storie dei protagonisti del Novecento pugliese (e italiano). A me, invece, qui, interessa porre l’accento sulla dimensione letteraria, sullo specifico linguistico-letterario di questo romanzo, dal momento che Antonio Del Giudice bene ha fatto a consegnarcelo in forma di romanzo, nel modo narrativo di una suadente affabulazione. Eppure, egli è stato (ed è) giornalista di successo (e di lunga e prestigiosa carriera), finissima penna, e quindi ben avrebbe potuto scrivere un saggio giornalistico, o storico, sulla Puglia e sull’Italia degli anni del Fascismo e del secondo dopoguerra. Invece, ha consegnato alla nostra memoria collettiva, al nostro immaginario collettivo, una bella narrazione.

Scandito in otto capitoletti (più una brevissima conclusione), con focus d’avvio su Andria, città natale di Andrea, la storia ruota intorno a un personaggio, che, a mio giudizio, è il vero perno narrativo di tutto il romanzo, e cioè l’ex palazzo GIL, sede, via via, nel corso dello scorrere inesorabile del tempo, della gioventù fascista littoria, di alcune sezioni scolastiche, del ginnasio, di una scuola secondaria di primo grado, ecc. È, dunque, l’edificio GIL (o ex GIL) il vero protagonista di tutta la narrazione. Esso campeggia in quasi tutte le pagine del romanzo, come teatro, testimone o custode delle (mille) storie, delle (mille) vicende umane, pubbliche o private che siano state, grandi o minuscole, tristi o gioiose, di cui è stato testimone silente (e di cui continua, ancora oggi, a essere). Anche in questo, l’abilità narrativa di Del Giudice si rivela magistrale, nell’essere riuscito, cioè, a fare di un edificio (inanimato) il vero protagonista (animato) della storia.

I libri, si sa, dialogano con altri libri. Le parole con altre parole. Le storie con altre storie, in un gioco di specchi, e di richiami. Il lettore deve saper cogliere tutto questo bisbiglìo impercettibile, ma esistente di voci e di parole, tra testi e storie, collocabile oltre il tempo e oltre il luogo. Ne vien fuori una autentica costellazione letteraria, sin dalle prime pagine del romanzo di Del Giudice, che ne arricchisce la cornice di senso, inserendolo, quindi, in un universo geo-fantastico fatto di dialoghi tra lingue e stili. Alcuni nodi di questa costellazione (che non è fatta solo di libri) possono essere:

– la riforma della scuola del ministro fascista Bottai (1940)

– il film Ladri di biciclette (non citato nel romanzo, ma evocato, attraverso l’episodio del furto della fiammante Bianchi, che, incolpevolmente, provoca il piccolo Andrea)

Le mie prigioni nel paradiso sovietico, del gesuita Pietro Alagiani (lettura privilegiata nel seminario cattolico, che Andrea frequenterà per ben cinque anni, in quanto libro ideologico)

– l’Indice dei libri proibiti

Piccolo mondo antico di Antonio Fogazzaro (che Andrea riceverà in regalo da uno zio, la cui lettura, però, gli verrà vietata in seminario, perché inserito dalla Chiesa nell’Indice dei libri proibiti)

– il Galateo di Giovanni Della Casa

I promessi sposi di Alessandro Manzoni (sia pure attraverso una recita burlesca di fine anno scolastico, com’era consuetudine della tradizione scolastica gesuitico-cattolica, la ratio studiorum)

Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno

– la scoperta dello sport (l’Inter di Herrera, la Gazzetta dello sport, Gianni Rivera, la Domenica sportiva, il Calcio minuto per minuto, le Olimpiadi di Monaco)

– Dante e la Commedia

La Peste di Albert Camus

– Walter Chiari (ed Ava Gardner)

– il film La tunica

La tregua di Primo Levi

Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio

– la musica concentrazionaria di Francesco Lotoro

E tanto altro ancora. È con questo universo geo-fantastico, dunque, non solo letterario, che il romanzo di Del Giudice dialoga, in uno scambio di senso che segue il paradigma stellare (multimediale e non lineare) della rete. Il ricorso, molto parco e ben gestito, al lessico dialettale, in alcune pagine di snodo della narrazione, e quindi il ricorso al mondo valoriale che ciascun vocabolo (dialettale o no) veicola con sé (quella cultura folk-lorica, in senso gramsciano, in quanto cultura dinamica e nazionale-popolare), senza mai cadere nel macchiettismo coloristico di tante (odierne) rappresentazioni buffonesche del nostro dialetto, fa della lingua di questo romanzo di Antonio Del Giudice un giusto miscuglio tra lessico quotidiano e lessico poetico. Infine, l’innesto sapiente di altri modi narrativi, all’interno di quello del romanzo, come, per esempio, quello di un esemplare rapporto dei Carabinieri (a p. 31); ovvero, quello del modo narrativo del diario, che il lettore trova alle pagine 84 e 95 del libro.

Antonio Del Giudice, Il ragazzo che rubava le parole, Castelvecchi, Roma 2022 (euro 16.50)

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