Sotto il tiglio, con Nigro, Walther von der Vogelweide e Branduardi

di Trifone Gargano

Con questo mio articolo, do inizio a una serie di interventi sull’ultimo romanzo di Raffaele Nigro, Il cuoco dell’imperatore, La nave di Teseo, Milano 2021, che racconta la (straordinaria) vita di Guaimaro delle Campane, originario di Melfi, che, per ragioni rocambolesche, giunge a Palermo, presso la corte normanno-sveva, e diventa cuoco del giovanissimo (e futuro) imperatore Federico II.

 

Il romanzo di Raffaele Nigro è un (bel) romanzo di ben 750 pagine, come non se ne scrivono più al giorno d’oggi (in Italia e nel mondo), e non solo per la mole delle pagine, ma perché, attraverso la vicenda di Guaimaro, delle sue gustose ricette, dei suoi irresistibili intingoli (della cucina contadina apulo-lucana), Nigro racconta la vita di Federico, della sua corte itinerante, del suo sogno politico e filosofico, ma anche religioso e culturale. Un romanzo, dunque, che azzardo a definire come romanzo mondo, romanzo enciclopedia, nel senso che esso è esempio di narrazione riepilogativa (di quel mondo medievale, ma anche del nostro, della vita di quei personaggi, illustri o sconosciuti che siano stati, ma anche dell’autore, e di ciascuno di noi lettori).

Mi piace cominciare con la sottolineatura di una pagina che definirei pop. Il cuoco dell’imperatore può essere letto e attraversato seguendo diversi percorsi (o sentieri) di lettura: da quello storico, a quello gastronomico, a quello militare, o letterario e linguistico, a quello poetico, a quello medico-sanitario, a quello della musica popolare, a quello dell’arte culinaria, a quello dell’arte della caccia, e a tanti altri ancora.

 

La pagina del romanzo con la quale desidero cominciare è quella di apertura del capitoletto intitolato  Aquisgrana:

 

 

«la città benedetta da Dio e costruita allo scopo di benedire gli imperatori»

[p. 258]

Questo capitoletto racconta di come, nel 1215, Federico, con pochi uomini al seguito, riuscì a conquistare la città di Aquisgrana, sottraendola all’imperatore Ottone II (ex imperatore, visto che papa Innocenzo III lo aveva scomunicato già nel 1210, e che, poco dopo, proprio nel 1215, lo avrebbe deposto dalla carica).

Nel 1215, Federico e i suoi uomini, tra i quali, appunto, il cuoco Guaimaro,  trascorsero l’inverno a Hagenau, a circa trenta chilometri da Strasburgo, nel castello circondato dalla foresta Sacra (Heileger Forst), di proprietà degli Staufen, che Federico II elesse sua residenza prediletta, per i soggiorni in Germania, sia in questi anni, che a metà degli anni Trenta, in occasione del suo secondo soggiorno lungo in Germania.

Attraverso la voce narrante del cuoco, Nigro annota che, proprio durante quei mesi invernali del 1215, trascorsi tra musiche, canti e l’ascolto di poemi tedeschi, giunse ad Hagenau, un poeta esule perpetuo:

Forse proprio questo piacque a Federico, insieme al fatto che il poeta Walther von der Vogelweide ce l’avesse a morte con i papi, con i vescovi ed esaltava l’idea di una Germania laica e libera dalla Chiesa. Era scontento di tutto, un infelice cronico che cantava l’amore dolce e perduto e ci comunicava un sentimento misto di rabbia e di malinconia [p. 256].

 

Guaimaro delle Campane non era solo cuoco; egli s’intendeva anche di arte medica, per averla praticata per qualche anno presso l’ospedale di San Giovanni gerosolimitano a Melfi, tra i pagliericci degli infermi e dei malati (quasi sempre di ritorno dalle crociate in Terrasanta), ma era stato anche musicista per passatempo, abile nell’uso dell’organastro (detto così perché di piccole dimensione e, quindi, portatile), con il quale soleva accompagnarsi quando cantava o recitava testi della tradizione popolare, nelle feste patronali, o durante le feste di matrimonio, per il divertimento suo e dei presenti. Infatti, Guaimaro afferma che, anche in quella circostanza, ad Hagenau, mentre Walther recitava i suoi versi, aveva preso ad accompagnarlo con l’organastro:

io lo accompagnavo volentieri quando intonava il dolcissimo Unter deb linden [Sotto il tiglio] che mi dava un’altra immagine del mondo tedesco, quella di un paese apparentemente coriaceo e algido ma attraversato in profondo dal sentimento della tenerezza:

Sotto il tiglio,

presso il prato

là c’era il nostro giaciglio

là potrete trovare

fiori rotti ed erba.

E altrettanto mi emozionava quando esaltava l’amore come mezzo che spinge ogni uomo a compiere atti gentili [pp. 256-57].

Scritto, con molta probabilità, intorno al 1200, questo testo poetico di Walther von der Vogelweide narra, attraverso l’io lirico di una ragazza semplice, la sua storia d’amore con un amante cortese, immersi nella natura (appunto, sotto un tiglio). La descrizione della natura, piuttosto di maniera e idilliaca, s’intreccia con la narrazione della storia d’amore tra i due giovani. Con molta probabilità questo è il testo più noto di Walther, con il quale egli si allontanò dagli stili e dai temi della lirica giovanile (dal genere del minnesang, caratterizzato da storie d’amore non realizzabili, perché la dnona, quasi sempre, com’era tipico della tradizione lirica trobadorica, era di estrazione nobiliare, e, quindi, distante dal poeta). In Unter deb linden, invece, il poeta canta un amore più realistico, sensuale e vicino. Le donne di questa nuova stagione poetica di Walther, infatti, sono, quasi sempre, popolane, semplici ragazze di campagna (Niedere Minne).

Chi volesse leggere per intero il testo della poesia di Walther von der Vogelweide (in lingua, accompagnato dalla traduzione in italiano), potrebbe fare clic sul link seguente:

https://www.metalgermania.it/traduzioni/heimataerde/unter-der-linden/

Nel 1976, il cantautore Angelo Branduardi, tra i più raffinati e colti di quella stagione musicale italiana, pubblicò l’album (di grande successo, sia di critica che di pubblico) Alla fiera dell’est, al cui interno era compresa la canzone Sotto il tiglio, fortemente ispirata al testo della poesia di Walther von der Vogelweide.

Ecco il testo della prima strofa della canzone di Branduardi:

Sotto il tiglio, là nella landa
Là dov’era il nostro letto
Voi che passate potrete vedere
Come rompemmo fiori ed erba

Chi volesse ascoltare la canzone di Branduardi, potrebbe fare clic sul seguente link:

https://www.youtube.com/watch?v=JJCW24wLY2g

Di questa costellazione, dunque, vive il romanzo di Raffaele Nigro, Il cuoco dell’imperatore, per limitarmi, per ora, soltanto a questa paginetta, che qui mi son permesso di segnalare, come  invito alla lettura (intendo dire, come invito alla lettura stellare del romanzo, che ha nodi e punte di questa costellazione in Nigro, in Walther von der Vogelweide, in Branduardi). Esempio di parole che parlano di e con altre parole, conducendo il lettore oltre il tempo, e oltre lo spazio.

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