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Storie di pettole e di Natale

Le pettole, pan di Natale!

a cura di Trifone Gargano

 

Pettole

Una donna preparava il pane. I capelli avvolti in un fazzoletto bianco, le maniche rimboccate al gomito, affondava i pugni chiusi nella massa compatta della pasta. La lavorava, la girava, la premeva, la schiacciava, la rivoltava, l’ammorbidiva; metteva tutte le sue energie per preparare il pane alla sua famiglia, che ancora dormiva. Doveva essere pronto per l’infornata delle tre e lei si affaticava, schiena ricurva, su quella massa elastica e corposa. A un tratto, sentì un tramestio, le voci, i canti della notte. Si affacciò sulla strada e vide un accorrere di pastori verso un punto luminoso. “E’ nato, è nato il Redentore!” dicevano. La donna volle andare a vedere anche lei. “Metto il pane nel letto, lo copro, lo lascio crescere. Finché lievita, ho il tempo di andare e tornare”.

Si sfilò il grembiule, si coprì il capo con il grande scialle, che tutta l’avvolgeva, e uscì con gli altri. Andò alla grotta, vide il Bambinello, lo adorò in ginocchio. Ma quando tornò e aprì il pane, trovò che la pasta era troppo lievitata. Era cresciuta fuori misura, gonfia, troppo morbida, soffice, molle, flaccida, appiccicosa, straripava da tutte le parti. Non riusciva a contenerla, a raccoglierla. La donna era disperata: “Dio mio, come farò a fare il pane adesso”? I passanti che tornavano dalla natività sentirono, le chiesero perché si disperava così. Lei cominciò a strappare i pezzi di quella pasta e a darli a loro. Ma la pasta continuava a crescere, a crescere a dismisura, sempre più molle, sempre più invadente, sempre più appiccicosa.

“Oramai non è più buona per fare il pane. Non si può più infornare. I miei figli senza pane: sono rovinata, per essere andata da Gesù Bambino”!

“Ma non bestemmiare. Ecco qui, dell’olio fresco di frantoio. Mettilo sul fuoco”.

Così i vicini e i passanti gettarono nella padella quegli stracci di pasta. Ed ecco che appena toccato l’olio bollente e fumante, la pasta si dilatò, si squarciò, si gonfiò, si spaccò, si sformò, si indorò, crepitò, sfriccicò, saltellò, profumò divinamente: miracolo e delizia! Era nata la “pettola”, il pane natalizio, il dono di Gesù Bambino ai poveri.pettole

 

[da Bianca Tragni, Altamura antichi sapori – Da una cucina “povera” per necessità, ad una cucina “povera” per attualità].

 

Appunti:

Le ‘pettole’, pallottole di pasta lievitata, molto morbida, fritte in olio bollente, sono tipiche della Puglia, ed è consuetudine prepararle alla vigilia di Natale. Nel Salento leccese, le pettole (‘pittule’) vengono preparate (e consumate) l’11 novembre, per onorare i festeggiamenti di san Martino, abbinandole con il vino novello.

Si preparano utilizzando farina, patata, lievito di birra, acqua e sale.

 

Il racconto (popolareggiante) di Bianca Tragni, che qui riproponiamo, evoca, sin dalle sue primissime battute, immagini e momenti della nostra tradizione più autentica: il pane, il dies natalis, il bambinello, il lavoro, l’acqua, l’olio, ecc.

abbondanzaIl grano (e la spiga) hanno sempre rappresentato fertilità e abbondanza. Nota (e fortunata) è la raffigurazione cinquecentesca che dà Cesare Ripa, nella sua Iconologia, dell’Abbondanza proprio come una donna prosperosa, con il capo cinto da una corona di fiori, che reca nella mano destra una cornucopia, e nella mano sinistra un fascio di spighe di grano (che cadono e che si spargono sul terreno, rendendolo fertile).

Probabilmente, dapprima, il grano fu consumato crudo; per essere, successivamente, ammollito in acqua, o abbrustolito, in modo da renderlo più appetibile e masticabile. Ancora dopo, sarà stata ricavata una farina piuttosto grezza, frantumando la granella e mescolandola, quindi, con acqua; cosicché, la fortuita fermentazione dell’impasto così ottenuto, passato al fuoco, avrà dato vita alla forma primitiva del pane. Da nessun altro cereale si ottiene un pane paragonabile a quello che si ottiene dal frumento, sia per il valore alimentare, che per l’appetibilità, e questo grazie alle caratteristiche del suo glutine.

La presenza, reale e simbolica, del pane nel Vangelo e, soprattutto, nella predicazione di Gesù, come, del resto, il racconto della Tragni suppone, è notevole. A cominciare dalla stessa presenza del ‘pane’ nella preghiera cristiana per eccellenza, che è il Padre nostro, lì dove, infatti, si recita “Dacci il nostro pane quotidiano”. Gesù, ripetutamente, come testimoniano tutti gli evangelisti, si presenta (e si offre) al mondo come il “pane della vita”; come il “pane” autentico, capace cioè di saziare per davvero chiunque lo mangi; fissando, in modo solenne (e tragico) nell’ultima cena, il rito (e la memoria) della divisione e della diffusione del “pane”. Rito (liturgico) e memoria (salvifica) da continuare, nel suo Nome, e fino alla fine dei tempi.

A ben riflettere, questa identificazione tra il corpo di Cristo e il “pane della vita”, era già implicita nello stesso toponimo di “Betlemme”, che in ebraico (Bet-lehem) significa (alla lettera) “casa del pane” (molto probabilmente, perché la cittadina doveva essere, a quei tempi, circondata da campi di frumento, e dunque doveva essere considerata come un “granaio” della provincia).

 

In Puglia, ci racconta Bianca Tragni, le pettole come il pane di Natale; ma anche in altre regioni d’Italia, le festività natalizie si caratterizzavano (e si caratterizzano ancora oggi) per la preparazione e per il consumo di dolci a base di farina, con nomi diversi: panettone (Milano); pane certosino (Bologna); pandolce (Genova); panpepato (Ferrara); panforte (Siena); ecc.

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