Locorotondo

Locorotondo

Un po’ di storia

 

Locorotondo “Casalis Ritondus” poi “Locus Rotundus, il nome di questo bellissimo borgo della Valle d’Itria fa chiaro riferimento alla sua conformazione quasi perfettamente circolare alla sommità di una collina.

Una storia senza eclatanti scene di guerra, di assedi o di contese, quella di Locorotondo; mancano, infatti, torri, castelli e mura a difenderla e la stessa campagna così insolitamente e massicciamente popolata di trulli ci dice che qui l’amenità dei luoghi non ha dovuto quasi mai temere le incursioni piratesche o le mire di conquista ma solo conflitti di attribuzioni a diversi feudi. Anche la documentazione storica risale a tempi recenti: è stata territorio del principato di Taranto ai tempi degli Orsini del Balzo e, intorno alla metà del XVII sec. passò al duca Francesco Caracciolo di Martina Franca.

E’ del maggio 1195 il documento in cui, per la prima volta, viene citato questo luogo riferendosi ad un casale donato come feudo al monastero benedettino di Santo Stefano di Monopoli.  Dal suddetto atto si evince che nel XII secolo – regnante Enrico VI di Svevia – “U’Curdunn”, in dialetto locale,  era una località coltivata a uliveto e vigneto, i cui pochi abitanti si lasciavano proteggere da San Giorgio. La presenza umana in tale sito è, però, da riportarsi ad epoche molto più lontane, come testimoniano i reperti archeologici, rinvenuti in periodi diversi. La contrada Grofoleo, in piena Valle d’Itria, sembra avere tutti i requisiti per reclamare un vero e proprio museo, dove poter esporre tutto quanto sta venendo alla luce: materiale databile dall’età neolitica fino al VI secolo a.C.. Secondo gli esperti, tuttora alle prese con i lavori di scavo, si potrebbe parlare di un villaggio esistito, senza soluzione di continuità, dal Neolitico al Basso Medioevo.

 

Il percorso del turista

 

Non può che essere circolare, visto l’andamento del paese. A vederlo dalla strada che vi scorre sotto, questo agglomerato di case, tutte ordinatamente disposte intorno ad un centro, con i loro tettucci bigi a due spioventi, messi in fila a formare un curioso zigzag, da sembrare lo smerlo di antiche coperte, è una visione di grande suggestione. L’effetto è amplificato di sera, specie nel periodo natalizio, quando un filo di luci disegna il profilo esterno delle “cummerse” (così sono chiamate queste tipiche case, dal latino cum vertex): una corona luminosa sul cocuzzolo della collina.

Entrare nei gorghi di questa corona è un’esperienza da non perdersi. Sembra di muoversi nel paese delle fiabe: un bianco accecante di calce data di fresco (è usanza comune imbiancare la casa almeno una volta l’anno), case piccole e ben curate balconcini inondati da cascate di fiori dai colori accesi, come gerani e ortensie dai profumi intensi, scale di panna che debordano su stretti vicoli e slarghi ameni, ravvivati dal verde delle piante. Finché ad un certo punto ci si affaccia al “balcone” e non è uno spettacolo qualsiasi, quello che si vede è ancora incantesimo. Si può guardare dalla Villa Comunale “Garibaldi”,  o da qualsiasi altro punto della corona di “cummerse”: la verde Valle d’Itria, quest’immensa vasca punteggiata di trulli, “casedde” e terrazzamenti di vigneti, è lì che abbraccia l’orizzonte. Vedrete di fronte Martina Franca, a sinistra Cisternino e tra i due centri, in lontananza, Ceglie Messapica.

Se vi trovate al chiarore rosato dell’aurora su via Nardelli tuffatevi con  lo sguardo nella foschia che dà l’illusione di essere sul mare e respirate profondamente. Per tale effetto ottico i locorotondesi hanno battezzato la strada “il lungomare”.

Da Porta Napoli, di fronte ai giardini comunali, si accede a Piazza Vittorio Emanuele II, definita il salotto per la sua eleganza e lo sguardo è colpito dalle due cummerse gemelle che svettano sullo sfondo, al di là del chiostro in pietra viva. Sembrano sorelle siamesi, tanto sono unite le une alle altre; si sviluppano in forma circolare e racchiudono nel loro grembo San Giorgio, il bel cavaliere orientale.

In tutto questo candore spicca il rosso pompeiano di palazzo Aprile-Ximenes e proseguendo si incontra l’antico municipio, ora biblioteca comunale, la cui torre dell’orologio sembra ispirarsi alla purezza dell’arte classica. Girando a sinistra per via Morelli si ammira Palazzo Morelli, un unicum architettonico in stile barocco del ‘600, dimora dell’allora governatore di Locorotondo.

Se ci si inoltra verso il centro della corona, ecco svettare la monumentale facciata della magnifica Chiesa Madre dedicata a S. Giorgio Martire con l’elegante profilo neoclassico e il sontuoso interno (da notare, sul timpano, la tipica raffigurazione del S. Giorgio che uccide il drago, opera di artisti locali e, all’interno, diviso in tre navate da maestosi pilastri corinzi, i quattro altari in marmi policromi delle precedenti chiese, i cui resti sono visibili ancora oggi attraverso lastroni di vetro sul pavimento; nella cappella del Sacramento: la tela con la Cena di Cana e i 42 bassorilievi con scene del Nuovo e del Vecchio testamento, provenienti dalla chiesa precedente).

Passeggiando nel centro storico la vostra attenzione sarà catturata dalle numerose iscrizioni latine incise sugli architravi delle modeste abitazioni come “parva sed apta mihi” (piccola ma adatta a me), “invidia invidenti nocet” (l’invidia nuoce agli invidiosi), “pulsate et aperietur vobis” (bussate e vi sarà aperto).

 

La via del pellegrino

 

Si tinge di pittoresco anche il percorso del pellegrino, che tra i vicoli e le piazzette, va alla scoperta delle mete della devozione popolare, dalle più grandi e ricche, come la Chiesa Madre, alle più piccole come la chiesetta dedicata a S. Nicola, risalente al ‘600, nascosta fra i vicoli, tra il bianco delle case che coniuga in sé le due strutture architettoniche tipiche del luogo, ovvero il trullo e la cummersa che corrispondono  rispettivamente alla cupola e alla volta a botte, entrambe affrescate;  alle più sobrie, come la chiesa di S. Maria La Greca o Madonna dell’Odegitria, da cui probabilmente prende il nome la valle,  preziosa nella sua decorazione scultorea interna e fra le più antiche del luogo (da notare la semplice facciata a salienti e cuspide, con rosone di recente fattura e, all’interno, di impianto gotico-romanico, le volte a crociera costolonata e a semibotte, i capitelli decorati, gli altari in pietra e le sculture cinquecentesche).

Allontanandosi di poco dal paese in direzione di S. Marco, una frazione di Locorotondo, può essere interessante visitare la chiesetta omonima con tetto a spioventi ricoperti di chiancarelle e campanile a vela.

 

Uno sguardo alla campagna

 

La campagna tra Alberobello e Locorotondo è un ambiente totalmente diverso da quello che abbiamo descritto. Quello che salta subito agli occhi del viandante è la generale  e diffusa antropizzazione del territorio. Qui si estendono le famose 146 contrade. Una infinità di case rurali, masserie, trulli per la maggior parte, rendono tutta la campagna  quasi un grande arioso paese che si è concesso tutto lo spazio che ha voluto per estendersi e stare comodo. I campicelli sono tenuti così bene da sembrare giardini di quella miriade di case e non la sede del lavoro agricolo: vigneti curatissimi, che producono l’ottimo vino Locorotondo D.O.C., uliveti sempre in ordine, terreno sempre libero dalle erbacce, muretti a secco mai malmessi. Tutto è in un ordine perfetto, coloratissimo e semplice come in un quadro naif. Di notte, poi, dall’alto di Locorotondo la campagna sembra tutto un brulicare di lucciole e, dalla campagna, Locorotondo, illuminata nelle sue pareti bianchissime immacolate, sembra la Luna che si è adagiata su un colle a godersi lo spettacolo delle lucciole.

 

La lunga notte della Diana

 

Come da tradizione la notte tra il 15 e il 16 agosto San Rocco lascia per tre giorni la sua dimora per sostare nella Chiesa Madre. Ma è anche la lunga notte della Diana, in vernacolo locorotondese “a Diène”. In piena notte, rischiarata da una miriade di stelle velate da una patina di foschia, sbucano nei vicoli del centro storico, sei o sette bandisti che suonano instancabilmente coi loro strumenti – un paio di clarinetti , un tamburo, i piattini e la grancassa – una breve nenia antica, tanto antica che la sua origine si perde nella notte dei tempi.

La melodia prende il nome di Diana, la dea che preannuncia l’alba del nuovo giorno ed è d’auspicio a un esito lusinghiero della festa. E’ una musica soave, vellutata, che senti dapprima lontana, poi sempre più vicina che ti accarezza lieve come la mano di una madre passata sulla fronte del suo pargolo. Poi, muore il motivo antico di tanto tempo fa, le sue note si disperdono nel buio vanamente inseguite dall’orecchio che vorrebbe assaporare appieno la sensazione di dolcezza prodotta da quelle note ormai impercettibili.

Un motivo musicale ammaliante e incantevole che giunge come un sussurro nella case dei residenti, immersi nel delizioso dormiveglia, che si svegliano languidamente e si affacciano insonnoliti per ascoltarla. Come amabile messaggio subliminale, essa s’insinua nei cuori e nelle menti, sciogliendo l’indicibile gioia per la sagra ferragostana dedicata a S. Rocco e invita a pregustare le delizie del “dì di festa” che sta per avere inizio.

Con il trascorrere dei decenni si era affievolita la memoria sull’identità dell’autore, tanto da far parlare di anonimo. Grazie alle ricerche del maestro e studioso locale Martino Fumarola, che ha ritrovato lo spartito originale, si è giunti ad appurare che la composizione musicale è opera di Vincenzo Calella, un musicista locorotondese. Con la paternità acquisita e la partitura originale ritrovata, si è finalmente appreso che se si vuole mantenere inalterata la coinvolgente delicatezza dell’originale mattinata, la Diana deve essere eseguita da un numero ridotto di fiati, sei come lo spartito, alcuni dei quali non più in auge.

 

 

 

 

 

 

 

 

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