Il Pasolini di Vito Maurogiovanni

di Trifone Gargano

Tra gli interpreti più autentici della baresità, Vito Maurogiovanni (1924-2009), a più di dieci anni dalla sua morte, come un fiume carsico, continua a vivificare la vita culturale barese, pur nell’assenza, attraverso la memoria attiva della sua vasta produzione.

 

 

Per gentile concessione di Celeste Maurogiovanni, che ringrazio, propongo alcuni passaggi di un suo ritratto di Pier Paolo Pasolini (1922-1975), pubblicato sulla «Gazzetta del Mezzogiorno», che ci rivela, ancora una volta, a rileggerlo oggi, lo sguardo acuto (e ironico) con il quale Vito Maurogiovanni, pur nel racconto di cose minute e quotidiane, coglieva la poesia della vita autentica. Il mio, dunque, vuol essere un commosso doppio omaggio, a Vito Maurogiovanni, e a Pier Paolo Pasolini.

 

 

 

 

 

L’articolo ci catapulta nella Matera, dell’aprile del 1964, allorquando, nella cittadina lucana, giungeva Pier Paolo Pasolini, per girare il suo «Vangelo secondo Matteo»:

[…] giunse a Matera Pier Paolo Pasolini con tutto il suo caravanserraglio per girare “Il Vangelo secondo Matteo”. Ed era un caravanserraglio di gran nobiltà: c’era la madre, gentile e un po’ distaccata, forse intimidita perché il figlio le affidava la parte della Madonna. E c’era Enzo Siciliano, allora giovanissimo, e il poeta Alfonso Gatto, un po’ pesante nella sua andatura, lo sguardo stralunato e meravigliato nel trovarsi in un paesaggio diverso, il polemico Francesco Nicoletti, l’acuta Natalia Ginzburg, il nipote della scrittrice Elsa Morante, il poeta Rodolfo Wilcock, il critico musicale napoletano Ferruccio Nuzzo, il famoso Tonino Delli Colli per le riprese cinematografiche. Un parterre di tutto rispetto ma che pure era guardato con un certo…sospetto da parte della cittadinanza materana.

 

Con poche pennellate, scegliendo (con cura) le parole da dedicare a ciascuno, Maurogiovanni ci fornisce il selfie verbale degli accompagnatori di Pasolini (la singola parola, o l a corta espressione, con la potenza evocatrice che da essa si sprigiona, riesce a fornire, per ciascun componente di quel «caravanserraglio», l’immagine identitaria, appunto, il selfie). Senza alcun atteggiamento reverenziale nei confronti e del poeta, scrittore, regista, e dei suoi accompagnatori (si chiamino Elsa Morante, o Natalia Ginzburg, o Alfonso Gatto, o Tonino Delli Colli). La parola di Maurogiovanni è fulminante, precisa, secca, ironica e sincera, autentica.

Aggiungendo, subito dopo, per tutti costoro, che si trattava, nella Matera del 1964 (cioè, nel profondo Sud), di una presenza dirompente (e che avrebbe lasciato un segno durevole), perché tutti erano (notoriamente) uomini di sinistra, comunisti addirittura; e allora i comunisti erano spesso scomunicati dalla Chiesa anche se al Comune e alla Provincia erano le sinistre a guidare le sorti del Materano. E poi, e poi quel Pasolini ateo che, in una cella monastica d’Assisi, s’era trovato al capezzale il Vangelo e l’aveva letto tutto di seguito, dopo vent’anni, come un romanzo. E nell’esaltazione della lettura gli era venuta l’idea di farne un film. Dio, diceva un prete che conoscevo e che pure era un sacerdote di grand’apertura culturale, Dio benedetto in che mani è capitato il nostro buon Gesù.

 

Come Maurogiovanni aveva acutamente intuito, quel Gesù pasoliniano, così diverso dalle altre immagini oleografate (precedenti e seguenti), del bambinello riccioluto e biondino (da santino beghino) di Nazareth, avrebbe segnato non solo la storia della cinematografia italiana, ma anche un nuovo modo di leggere i Vangeli, e di guardare alla figura e all’insegnamento di Gesù con uno sguardo storico che ne recuperasse la portata rivoluzionaria (e innovativa) anche da parte di lettori non credenti. Il vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini come punto di svolta, per la cultura e per la società italiana (e non solo italiana), di portata epocale. Mi limito, qui, ad azzardare, a margine del mio ragionamento intorno all’articolo di Vito Maurogiovanni su Pasolini, precisando che non sono uno specialista né di cinematografia, né di musica cantautorale, che, molto probabilmente, non avremmo avuto, di lì a qualche anno, nel 1970, il cd «La buona novella» di Fabrizio De André, che, a sua volta, avrebbe riletto la figura e l’opera di Gesù di Nazareth, con voce inedita (e, direi, pasoliniana).

Maurogiovanni ricorda, nel suo articolo, che il set del film pasoliniano fu un set mobile, tra Basilicata e Puglia (e non solo), con il regista che, spesso, si spostava su Bari, sia alla ricerca di set, per le diverse scene da girare, sia, anche, per incontrare e confrontarsi con amici (conosciuti anni prima, al tempo della redazione della sua Antologia della poesia popolare italiana, pubblicata da Guanda), come Tommaso e Vittore Fiore, reclutati per interpretare la parte degli apostoli nel film, decidendolo a cena, alla presenza dello stesso Maurogiovanni.

[LO] spagnolo Enrique Irazoqui che, secondo Pasolini, esprimeva la forza, la decisione, il volto di Gesù come l’avevano visto i pittori Masolino, Melozzo da Forlì, Giotto, Carpaccio, El Greco, i manieristi del 1600. Pasolini, per la cronaca, prima di Matera era andato in Israele e in Giordania per trovare i luoghi della Passione, ma in quelle terre tutto si era trasformato. Trovò la sua Gerusalemme a Matera e girò alcune scene anche a Castel del Monte, a Barile, nel Crotonese per proporre Betlemme; e a Tivoli per l’orto del Getsemani.

Spettatore d’eccezione, dunque, il nostro Vito Maurogiovanni, attento a tutto, durante quelle cene, anche al non detto, agli sguardi:

Al “Marcaurelio”, durante la cena con Gesù, la Madonna, i Discepoli e Pier Paolo Pasolini, la cara Brunetta, l’indimenticabile moglie di Vittore Fiore, solitamente acuta e spesso pungente conversatrice, non disse parola. Alla fine, quando la cena fu consumata, e la comitiva risalì in macchina per tornare a Matera, Brunetta fissò il marito e gli disse tagliente: “Troppo ti fissava il Pier Paolo, troppo”.

Maurogiovanni ricorda pure che, tra le comparse e pure per ruoli non minori del film, Pasolini attinse ai materani, compresi un sarto e un guardiano notturno della Banca d’Italia di sua conoscenza:

Quando vidi il film all’improvviso mi apparvero il sarto e il guardiano della Banca d’Italia: erano i Re Magi Melchiorre e Baldassarre. E portavano i loro doni al Bambino nato nella mangiatoia con tanto amore, tanta dignità, che da quel momento non scorsi più in loro l’umile modestia ma la regale Maestà dei Magi evangelici.

La chiusura dell’articolo è asciutta (e acre), come Maurogiovanni sapeva essere, nei suoi interventi di costume, fustigatore delle ipocrisie e del perbenismo perfido:

Il film fu presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, e il regista fu accolto da fischi e da ingiurie. Alla fine della proiezione, tutto il pubblico, commosso, applaudiva. L’opera era dedicata alla “cara, lieta, familiare memoria di Giovanni XXIII”.

La sottolineatura finale della dedica al «papa buono», Giovanni XXIII, da parte di Pasolini, per la portata evangelica (e profetica) di quel pontificato, per l’Italia, e per il mondo intero, si carica di un significato drammaticamente attuale. Mi piace ricordare, proprio in questi sciagurati tempi di guerra, che si trattava di un papa che aveva scritto e consegnato a tutti gli «uomini di buona volontà» del mondo intero, credenti e no che fossero, l’enciclica «Pacem in terris», in quanto operatori di pace. Una enciclica, dunque, che andrebbe riproposta e riletta, oggi, ovunque.

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