Il “giallo sapido” di Gabriella Genisi.

di Trifone Gargano

Scrivere di Gabriella Genisi, oggi, dopo il grande successo di pubblico della serie televisiva ricavata dai suoi libri gialli, con ambientazione barese, è fin troppo facile. Ma io ho avuto il piacere di farlo già dieci anni fa, allorquando usciva, appunto, nel 2012, il romanzo Uva noir. Ne scrivo nuovamente, al giro di boa di ben dieci anni, per salutare l’imminente uscita di un nuovo romanzo di Gabriella Genisi, ulteriore puntata delle indagini Lolita Lobosco, Terrarossa, in segno di una (mia) antica fedeltà, e di una sua fervida e duratura (oltre che autentica) vocazione letteraria.

Con l’uscita, nel lontano 2005, del suo primo romanzo, Come quando fuori piove (Besa editrice), avevo intravisto in Gabriella Genisi l’autentica natura della narratrice. Una affabulatrice come poche che capita di incontrare, di leggere, e non è, al giorno d’oggi, cosa facile da registrare, perfino nel mondo dei libri e della cultura (letteraria), sempre più caratterizzato, anch’esso, dal chiacchiericcio e dalle sgomitate. Ricordo inoltre, nelle prime presentazioni pubbliche dei suoi libri, in vari Comuni della provincia di Bari, ma anche nel leccese, quanto fosse diretta e comunicativa, quanto fosse capace cioè di incuriosire i presenti e di suscitare in ciascuno di loro l’interesse per il libro e per la storia.

Gabriella Genisi, tra le scrittrici italiane, ha una sua identità ben precisa, sia da un punto di vista letterario, con la scelta del genere e del taglio narrativo, che linguistica, con un particolare impasto tra lingua nazionale e dialetto. Di libro, in libro, di storia in storia, Gabriella ha dato vita a un universo fantastico (e reale) ben riconoscibile, la nostra Bari, quella di contatto quotidiano, la città che tutti percorriamo e viviamo. Ma, soprattutto, ha dato corpo (e che corpo, verrebbe da scrivere) a un nome di carta: Lolita Lobosco. Un nome, però, che si è staccato dalla unidimensionalità della pagina di carta per assumere fattezze umane di personaggio (reale), fino al gioco, insistito e intrigante, di identificazione e di scambio tra Gabriella (Genisi) e Lolita (Lobosco).

Luisa Ranieri, nei panni di Lolita Lobosco, per la serie TV, e Gabriella Genisi

Il genere poliziesco è un genere letterario semplice e ordinato, rigoroso, che esige ordine. La principale caratteristica del racconto/romanzo poliziesco consiste nella semplicità con cui trama e sviluppo narrativo sono costruiti, in modo (spesso) lineare, con una conclusione che scioglie il mistero (il nodo dell’indagine) intorno al quale ha ruotato l’intera vicenda. Questa (auspicabile) semplicità della forma rende la lettura di un giallo rapida (altro elemento essenziale del racconto giallo è, infatti, la rapidità della lettura, il fatto cioè che chi legge non si stacca dalla pagina, desideroso di arrivare quanto prima alla soluzione del giallo). Ebbene, tutte queste caratteristiche (semplicità e velocità), sono possedute dalla scrittura di Gabriella Genisi, la cui narrazione è semplice, lineare e rapida.

Altra caratteristica del genere giallistico è quella che l’intrigo si scioglie a ritroso: la narrazione poliziesca, cioè, si svolge al contrario. L’autore di una storia poliziesca ha pensato già in anticipo, ovviamente, alla soluzione del mistero (del giallo). In base a questo pensiero anticipato, l’autore dissemina il racconto di indizi (di esche narrative), che devono aiutare il lettore (quanto meno, il lettore attento) a indirizzarsi verso la soluzione, di pagina in pagina, di indizio in indizio. Il fenomeno criminoso, di solito, viene mostrato subito, già nella prima pagina, o nella prima scena, qualora si tratti di un film giallo (nel caso del romanzo Uva noir, della Genisi, viene raccontato subito il rinvenimento del corpicino senza vita di un bambino, e di quello del suo gattino). Il colpevole, e le cause che lo hanno portato a commettere il reato, il lettore deve ricercarle andando indietro nel tempo, procedendo, dunque, a ritrovo. Questo è il compito del detective (di Lolita Lobosco, appunto). Il racconto giallo funziona così. Così pure (ovviamente) funzionano i romanzi gialli di Gabriella Genisi.

In un libro, ciò che affascina, ciò che prende per davvero il lettore è il mondo fantastico che un autore ha saputo creare. L’universo virtuale (letterario), nel quale le storie sono ambientate, è ciò che cattura il lettore. Questo universo virtuale (letterario) può essere fatto di città, di luoghi totalmente inventati; oppure, di città reali, che, però, assumono un’altra dimensione (come la città di Bari di Lolita Lobosco, che nelle pagine dei romanzi di Gabriella Genisi è, necessariamente, un’altra Bari, un’altra città, fantastica, tutta da scoprire). Un libro, specie se si tratta di un romanzo, cattura il lettore, fino a fargli perdere il contatto con tutto il resto (il contatto con il mondo vero, che lo circonda), solo se avviene, per chi legge, il processo di identificazione con il personaggio. Questo, da tempo, ce lo dice  la psicologia tradizionale. Una storia funziona, cattura, solo e solo se si realizza quel processo di identificazione tra il lettore (o lo spettatore) e uno (o più) personaggi della vicenda. Nulla di nuovo. Gli esempi potrebbero essere così tanti, che mi astengo dal farli.

Oggi, la neuroscienza ci dice, grazie all’individuazione dei così detti «neuroni specchio», che  apprendiamo guardando gli altri che agiscono, e che quindi partecipiamo con tutto il nostro corpo, mente e fisico (emozioni comprese), alle loro azioni. Leggere storie e identificarci con un personaggio significa, dunque, partecipare fisicamente (emozionalmente) alla storia di quel personaggio. Di qui, la maggiore responsabilità di un autore nei confronti dei suoi lettori, e di quanti si occupano, a livelli diversi, di una matura educazione alla lettura (e alla narrazione).

Ciò che colpisce immediatamente nei romanzi di Gabriella Genisi è il linguaggio, cioè la manipolazione ludica del linguaggio, il divertimento che l’autrice (e quindi anche il lettore) si concede a livello linguistico, giocando con il linguaggio della comunicazione quotidiana, che è immediato, efficace e veloce, come se fosse (e lo è) uno strumento vivo. La lingua non è un oggetto morto; essa è uno strumento vivo, e lo sa bene Gabriella Genisi, che ci gioca continuamente, dalla prima all’ultima pagina dei suoi romanzi. Ecco degli esempi, di manipolazione ludica del linguaggio quotidiano, presi a caso dalle sue pagine: nientepocodimenocché – emmadonna – effammi – chessicrede – mannaggiallui – vistocché – machiteladett’attè – eccheccòsa – ommadonna – tienitelopertè. Le manipolazioni ludo-linguistiche della Genisi non riguardano solo la morfologia (e la fonetica), ma anche la sintassi, il lessico, il ricorso al gran serbatoio del dialetto (il dialetto meridionale, in senso largo, barese e napoletano).

Bello l’incipit del libro Uva noir:

«Ci sono bambini che non crescono mai, e io sono una di quelli».

L’incipit in un libro è come la vetrina per un negozio: ha il potere di stregare, di attirare (o di respingere). L’autore si gioca tutto (o quasi) con la prima frase, con la prima pagina. Alla stessa maniera del vetrinista: il cliente passa e si ferma (o va via).

Colpisce, inoltre, nei suoi romanzi, il gioco letterario degli incontri: con Salvo Montalbano, e con Pepe Carvalho. Quando sono incontri espliciti, dichiarati (ed esibiti). Ma ce ne sono anche tanti altri, con personaggi e con autori, che sono incontri meno espliciti, non dichiarati (in taluni casi, però, la Genisi li dichiara nella pagina finale del libro, tra i ringraziamenti, alla maniera degli amici da ringraziare, per aver affrontato la fatica letteraria in loro compagnia, con il loro aiuto: Pascoli, Dante, Sereni, Montale e tanti altri). La letteratura, tutta la letteratura, sembra dire Gabriella Genisi, così facendo, è fatta di specchi, di parole, autori e libri che si rincorrono, e che si citano l’un con l’altro; di voci che si rincorrono, e che rimbalzano da una pagina all’altra. La scrittura (letteraria) è sempre una scrittura polifonica.

Meritano qualche considerazione supplementare i due incontri con Salvo Montalbano, e con Pepe Carvalho. In Uva noir, è gustosissima, per la lingua utilizzata, per la mimesi espressiva, e per le cose carine che si dicono, la telefonata tra il commissario Salvo (da Vigàta) e Lolita (da Bari). Non è una semplice (trascrizione di) telefonata, e non è una semplice citazione letteraria. No. È molto di più. Siamo, invece, in presenza di un autentico omaggio stilistico-espressivo – direi una dichiarazione di modello – nei confronti di Camilleri, da parte di Gabriella Genisi (si vedano le pp. 85-7 di Uva noir).

L’incontro con Pepe Carvalho, invece, alle pp. 103-109 (forse le pagine più importanti di tutto il libro), va oltre il debito letterario, per sconfinare nella vita (nella vita vera): Carvalho, a Lolita-Gabriella consegna una visione di vita, e non un semplice suggerimento per risolvere il caso poliziesco del quale si sta occupando. Si tratta di una verità tanto banale quanto difficile da mettere a fuoco: «nessun essere umano indifferente al cibo è degno di fiducia».

Direi che in queste pagine del libro viene teorizzata da Gabriella Genisi, per bocca di Pepe Carvalho, quello che io chiamo (che mi permetto di chiamare, qui, per la prima volta) la poetica del giallo sapido (da sapio, sapere e sapori) di Gabriella Genisi. La componente alimentare, nei suoi libri, non è una componente esornativa, un mero abbellimento, una citazione fine a sé stessa. No. Essa concorre, al pari di tante altre componenti, a determinare il senso complessivo della sua narrazione. Attraverso la lente del cibo (attraverso la metafora del cibo) le vicende narrative, il mondo intero, la vita vera, quella di Lolita, come quella di Gabriella, e la vita di ciascuno di noi, vengono filtrate e analizzate. Assumono senso e significato. Lo definirei, pertanto, giallo del gusto, grazie al quale il lettore giunge al gusto del giallo. Questa è, secondo me, la specificità della narrativa di Gabriella Genisi, del suo autentico (e originalissimo) giallo sapido. Non è folk-lore. Non è ammiccamento al ricettario turistico barese (focaccia, orecchiette, rape…). No. È una dimensione altra.

Mi piace chiudere questo breve intervento (in forma di consiglio per la lettura) con il rinvio alle pagine nelle quali è contenuta una autentica elegia della focaccia. Mi riferisco alle pagine 137- 138, di Uva noir.

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