San Nicola di Bari nella Commedia di Dante

a cura di Trifone Gargano

È nel canto XX del Purgatorio che Dante fa esplicito riferimento a san Nicola di Mira, patrono di Bari, in una delle sue terzine fulminanti, alla maniera degli odierni tweet:

 

                          Esso parlava ancor del la larghezza

                          che fece Niccolò a le pulcelle,                          

                          per condurre ad onor lor giovinezza.                          

                          [Pg. XX, 31-33]

 

[Quella voce (Esso) [Ugo Capeto] esaltava ancora il dono generoso (larghezza) che fece san Nicola alle fanciulle (pulcelle), perché convogliassero la loro giovinezza verso nozze onorate.]

 

Dante, in compagnia di Virgilio, si trova nella quinta cornice purgatoriale, occupata dalle anime penitenti degli avari e dei prodighi. Si tratta di un peccato capitale caratterizzato dall’amore smodato per i beni terreni. Queste anime, che in vita si dimostrarono attaccate ai beni terreni, adesso, nella cornice, giacciono sdraiate, con il viso rivolto a terra, le mani e i piedi legati, e piangono, recitando un versetto del Salmo 118. Durante il giorno gridano esempi di generosità e di povertà. Durante la notte, invece, esempi di avarizia punita. Colui che parla è Ugo Capeto, re di Francia tra il 987 e il 996, che Dante, erroneamente, presenta come il fondatore dei Capetingi.

Si tratta di un canto politico, poiché l’avarizia, per Dante, è la causa prima dei mali che affliggono (in modo tragico) il mondo civile. Al di sopra di questa quinta cornice, infatti, nel Purgatorio dantesco, i peccati che restano sono quelli appartenenti alla sfera privata (gola, lussuria). Non a caso, Dante, nei versi iniziali di questo canto XX del Purgatorio, richiama, con una certa violenza verbale, e con tono solenne, l’immagine della lupa, che era già stata centrale nel canto I dell’Inferno, richiamando alla memoria del lettore l’immagine della bestia che lo aveva respinto, che non lo aveva lasciato passare:

 

                   

                                Maledetta sie tu, antica lupa,                    

                                che più che tutte l’altre bestie hai preda                    

                                per la tua fame sanza fine cupa!                    

                                [Pg, XX, 10-2]

 

Sii maledetta, tu lupa antica [avarizia], che fai più prede di tutte le altre bestie, per la tua fame insaziabile e profonda (sanza fine cupa)!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per proseguire, subito dopo, con piglio e stile profetici, con una solenne invocazione rivolta al Cielo, affinché l’intervento divino ponga fine al potere della lupa (la lupa insaziabile, esattamente com’era stata già dipinta nel canto I dell’Inferno, compresa l’analogia con il vaticinio dell’arrivo di un Veltro, di un cane, capace di ricacciarla negli Inferi).

Il canto XX del Purgatorio si apre e si chiude con il pianto salmodiante dei penitenti. In questo contesto devozionale si situa l’episodio di san Nicola di Mira, patrono di Bari, collocato cioè tra gli esempi di povertà e di generosità (gli altri due sono, rispettivamente, Maria, che adagiò suo Figlio in una umile mangiatoia, in una stalla; e Fabrizio, il console romano che, per ben due volte, rifiutò cospicui doni dai nemici, morendo, poi, in povertà):

 

                  Noi andavam con passi lenti e scarsi,                  

                  e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia                  

                  pietosamente piangere e lagnarsi [16-8]

 

Noi camminavamo con passi lenti e brevi, e io stavo attento alle anime, che sentivo piangere e lamentarsi pietosamente;

La citazione, come terzo esempio, di un episodio, peraltro notissimo nell’agiografia del santo, della vita leggendaria di san Nicola, dà conferma del fatto che Dante, qui, voglia sottolineare, attraverso questi tre esempi virtuosi, non tanto un modello di vita povera, quanto, piuttosto, un modello di vita di totale distacco dai beni terreni e dalla ricchezza (che invece ha caratterizzato, in negativo, la vita di ciascuno dei penitenti di questa V cornice, smodatamente attaccati proprio alla ricchezza e al potere).

San Nicola, vissuto tra il III e il IV secolo, era venerato in tutta la cristianità d’Oriente e d’Occidente, e la sua leggenda era stata largamente narrata e raffigurata da pittori e scrittori. Dante lo introduce con questi versi:

 

                    Esso parlava ancor de la larghezza              

                    Che fece Niccolò a le pulcelle,              

                     per condurre ad onor lor giovinezza. [31-3]

 

Quella voce (Esso) [Ugo Capeto] esaltava ancora il dono generoso (larghezza) che fece san Nicola alle fanciulle (pulcelle), perché convogliassero la loro giovinezza verso nozze onorate.

L’episodio della generosità di San Nicola viene narrato da Dante in modo fulminante, all’interno dello spazio metrico e sintattico di una sola terzina, come si può facilmente verificare, in soli 100 caratteri (spazi bianchi inclusi). Si tratta di uno dei tanti tweet fulminanti della Commedia dantesca.

Com’è noto a tutti, san Nicola aveva saputo della difficoltà economica di una famiglia, e della insana intenzione di quel padre di tre fanciulle, mosso dalla disperazione, di indirizzarle verso la prostituzione, non potendo più garantir loro una vita dignitosa («non avendo di che notricarle», narra Francesco di Buti, letterato e maestro di grammatica a Pisa, autore di un Commento sopra la Divina Commedia, risalente al 1385). San Nicola, dunque, si recò, di notte, per ben tre volte, presso la loro abitazione, per donare, in modo anonimo, tre rispettivi sacchi colmi di monete, sufficienti a valere come dote nuziale per le tre ragazze.

 

 

 

 

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